Avvenire

C'è Tristam Stuart, del movimento freeganism , che organizza cene anti-spreco con gli scarti della catena alimentare. C'è Fabio Picchi, popolare chef toscano che ha collaudato una cucina basata su un imperativo: non buttare nulla, recuperare gli avanzi per tradurli in nuove pietanze. Ma potremmo citare anche la storia del marchio «Made in carcere»: borse e accessori realizzati con tessuti riciclati dalle detenute di Lecce, o i milioni di utenti del sito www.wikihow.com: manuale universale di consigli per costruire e riparare, diventato un cult per il popolo del faida-te. Storie diverse che hanno un elemento in comune: ribellarsi alla società dell'usa e getta, dello spreco, del «consumo dunque sono». La società in cui ogni anno negli Stati Uniti si buttano via 130 milioni di cellulari, e in cui basterebbe dimezzare lo spreco di cibo delle famiglie inglesi per avere pane sufficiente per la popolazione del Pakistan. Quella stessa società che, colpita dallo shock della crisi economica, si è ritrovata disorientata e senza più certezze. Ma «se lo spreco, a forza di essere coltivato, si è trasformato in uno stile di vita, per sconfiggerlo basta veramente poco». È la tesi di fondo del giornalista e scrittore Antonio Galdo, che ha da poco pubblicato un libro intitolato proprio Basta poco. Pensieri forti e gesti semplici per una nuova ecologia della vita quotidiana (Einaudi, pp. 168, euro 16,50). Partendo dalla constatazione che la crisi globale rischia di rendere tutti più poveri, che l'inquinamento e lo sfruttamento delle risorse naturali stanno minacciando il nostro futuro, che il lavoro e i mille impegni ci lasciano stressati e senza energie, Galdo propone una riflessione sulla necessità di un nuovo stile di vita e di sviluppo, basato sulla riscoperta della sobrietà e la valorizzazione degli oggetti, del tempo e delle relazioni umane. Il libro offre una panoramica su tante esperienze, sia su larga scala sia nel piccolo. Si passa così dal racconto della sperimentazione di un'auto elettrica che possa ridurre la schiavitù dal petrolio, all'elogio del camminare, dello staccare la spina dall'iperconnessione tecnologica che ci attanaglia, o persino del pranzare tutti insieme in famiglia. Vorrà pur dire qualcosa - sostiene Galdo - se in trent'anni negli Usa il Pil pro capite è raddoppiato, ma i cittadini che si sentono felici sono passati dal 38 al 34% (senza contare i dati sull'uso di psicofarmaci, gli stati depressivi, i suicidi). Proprio come sosteneva Robert Kennedy nel 1968: «Il Pil misura tutto, tranne quello per cui vale la pena di vivere».